Il treno dell'inferno mauritano

Sul dorso del mostro di ferro: il mio viaggio attraverso il Sahara a bordo dell’Iron Train Atterriamo a Nouakchott, capitale della Mauritania. Ma il nostro viaggio non si ferma qui. Siamo venuti fin quaggiù con una meta ben precisa: cavalcare uno dei treni più lunghi, pesanti e pericolosi del mondo. Un’esperienza estrema, ai limiti della sopravvivenza, nel cuore del Sahara. Il treno del ferro — l’Iron Train — è un colosso d’acciaio lungo quasi tre chilometri. Ogni giorno attraversa il deserto trasportando polvere di minerale di ferro dalla miniera di Zouérat, nel nord del Paese, fino al porto di Nouadhibou, sull’Atlantico. Si viaggia tra temperature che sfiorano i 50°C di giorno e crollano sotto i 10°C di notte. Nessun vagone passeggeri, nessun comfort: chi sale su questo treno lo fa all’aperto, arrampicandosi sulle montagne di minerale, esposto al sole, al vento e alla sabbia. Zouérat è una città di frontiera, cresciuta intorno alla miniera. Qui, quasi tutto ruota attorno al ferro. Il treno parte ogni giorno, pesante come un serpente d’acciaio carico di metallo rosso. Al ritorno, arriva svuotato ma con cisterne d’acqua e carburante. Non c’è un biglietto. Il treno è gratuito. Ma il prezzo da pagare è ben più alto: è la fatica, il rischio, la polvere che ti entra ovunque. I locali lo usano come mezzo di trasporto da decenni. Portano con sé tappeti da cammello per isolarsi dal ferro rovente e borse termiche per l’acqua. Alcuni viaggiano per necessità, altri per sopravvivenza. E poi ci siamo noi: due fotografi italiani e un viaggio da raccontare. Sul treno incontriamo un ragazzo. Viene dall’Algeria. Ci ha raggiunti dopo 20 ore di auto. Dice che è in vacanza, ma i suoi occhi raccontano un’altra storia. Ha con sé solo una felpa, un paio di pantaloni da tuta, un pacco di cracker e due bottiglie d’acqua. Non sa cosa lo aspetta. Per fortuna abbiamo portato più acqua del necessario e gliene diamo un paio. Il viaggio si rivela subito più duro del previsto. Il minerale sprigiona una polvere fine e metallica che rende l’aria quasi irrespirabile. Turbante sul volto, occhiali ben stretti: così resistiamo. Il deserto intorno a noi è infinito, ipnotico. A tratti affascinante, a tratti spaventoso. È in questi momenti che i pensieri iniziano a rimbombarti nella testa. La paura di non farcela cresce a ogni chilometro. Abbiamo attraversato mezzo mondo solo per ritrovarci seduti su una montagna di polvere di ferro, in mezzo al nulla. Ma proprio in quel nulla prende forma qualcosa di raro: l’emozione intensa di vivere un’avventura che pochi possono raccontare. La consapevolezza che, nonostante tutto, siamo esattamente dove volevamo essere. Alcuni momenti di bellezza pura si alternano ad altri in cui ci sentiamo schiacciati dall’immensità. Ma la determinazione lo è ancora di più. Nel cuore della notte il treno si ferma per uno scambio. Il silenzio del deserto è rotto solo dal rumore del ferro che si assesta. A pochi vagoni di distanza vediamo una figura arrampicarsi. Ci immobilizziamo. Pensiamo a un ladro, un predone. Restiamo svegli, pronti a difenderci. Solo il giorno dopo scopriremo che era un altro passeggero, anche lui in viaggio verso Nouadhibou. Per dormire scaviamo un piccolo giaciglio nella polvere di ferro. Le nostre coperte termiche ci proteggono dal freddo. Il nostro compagno si stringe nella sua felpa, con gli occhi fissi sull’orizzonte. Quando sorge il sole, il paesaggio è sempre lo stesso: deserto, sabbia, ferro. Ma in lontananza, tra la nebbia calda, intravediamo la locomotiva. Sembra impossibile, ma ci siamo quasi. E poi, all’improvviso, il blu del mare. Nouadhibou ci appare come un miraggio. La periferia è degradata, sporca, spoglia. Il treno rallenta, striscia lungo un cimitero di vagoni rotti, arrugginiti, cannibalizzati per pezzi di ricambio. Quando finalmente scendiamo, siamo coperti di polvere come minatori. Altri otto o dieci viaggiatori scendono con noi, ognuno a modo suo cerca di ripulirsi il volto: chi con un asciugamano, chi strofinandosi dentro la maglietta. Poi arriva un furgone. Carica tutti… tranne noi tre. Noi veniamo portati al commissariato. Dentro, l’aria è fredda e umida, l’odore stagnante. Il generale ci interroga, ci chiede i passaporti. Due guardie armate ci osservano in silenzio. Tentiamo di spiegare: siamo turisti, ho una macchina fotografica analogica, stiamo facendo un reportage. Dopo una ventina di minuti arriva un altro ufficiale, più mite. Ci ascolta, ci osserva. Poi decide di lasciarci andare. Fuori dal commissariato chiamiamo un taxi. Il nostro amico algerino ci chiede un piccolo aiuto per proseguire il viaggio. Gli lasciamo l’equivalente di dieci euro. Ci ringrazia con uno sguardo che ci resta dentro. Poi si allontana, da solo, nella polvere. Arrivati in albergo, ci rendiamo conto che ovunque camminiamo lasciamo impronte nere. La polvere del treno è ovunque. Servirà un giorno intero solo per pulire gli zaini e i vestiti. Eppure, in quel caos, in quella stanchezza, sappiamo di avercela fatta. Abbiamo attraversato il Sahara a bordo dell’Iron Train. È stata un’impresa. Non la consiglio a nessuno. Ma la porterò con me per tutta la vita. Un viaggio che non dimenticherò mai.

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