Sulle sponde del Gange

Ci troviamo a Varanasi, sulla sponda del sacro fiume Gange. Il capitano della barca, con gesti esperti e silenziosi, ci conduce sulla spiaggia con la sua imbarcazione a remi. Siamo accolti da un gruppo di falegnami intenti a costruire una grande nave sulla riva. Il tempo stringe: la nave dovrà essere completata prima della prossima piena, poiché, quando il fiume si gonfierà , non resterà più nulla della spiaggia e l’imbarcazione dovrà galleggiare, pronta per solcare le acque.
Un giovane ragazzo si avvicina con due cammelli al seguito, sperando di offrirci un giro turistico verso le dune lontane. Dietro di lui, un gruppo di meccanici è chinato su un motore di un’imbarcazione. Tra rottami, legname e polvere, lavorano con strumenti ridotti all’essenziale e in condizioni tutt’altro che ottimali. La sabbia si mescola ovunque con la terra, rendendo ogni operazione un’impresa. Per questi meccanici, il loro mantra è semplice e risoluto: “Deve funzionare.” Le loro barche e i mezzi di trasporto sono spesso ridotti all’osso: si usa una corda come acceleratore, e una pagaia potrebbe fungere da timone.
Il nostro sguardo si posa su un piccolo accampamento vicino. Notiamo un tavolino, sopra il quale è appoggiato un vecchio servizio da tè di metallo, logorato dal tempo. Il servizio appartiene a un bar ambulante, che può offrire solo tè o bevande gassate, poiché è vietato servire alcolici. Questo venditore resterà finché la spiaggia esisterà ; con l’arrivo della piena, dovrà andarsene anche lui.
Oltre una staccionata, che segna il confine del piccolo bar, vediamo due figure. Un uomo in sella a un cavallo e un altro su un dromedario. Quest’ultimo, immerso nel deserto che sembra non avere fine, carica un altro passeggero con calma, come se la loro destinazione fosse distante anni luce. Continuano la loro marcia, avvolti da una coltre di smog. Il vento solleva la sabbia, facendo volare sacchetti e rifiuti leggeri, che passano tra le zampe del cammello. Ma né il cammello né i suoi cavalieri sembrano farci caso: il loro viaggio prosegue imperturbato.
Dopo aver perso di vista quella scena, ci spostiamo sull’altra sponda del fiume. Da qui vediamo il “Berlin Ghat”, un luogo sacro dove i corpi vengono bruciati prima di essere adagiati nel Gange. Sulla riva opposta, molte imbarcazioni si affollano. La gente si immerge nel fiume, pregando con devozione. Una famiglia, a bordo di una piccola barca a remi, fa ritorno verso la riva abitata. Intorno alla barca, uno stormo di gabbiani si raduna, banchettando con briciole e resti di cibo lasciati nel fiume.
Infine, anche noi ci prepariamo ad abbandonare la sponda del Gange, consapevoli che, la prossima volta che torneremo, nulla sarà più come prima. Ogni piena modifica la riva, cambiandone forma, dimensioni e persino chi la abita. Questo lembo di terra è un luogo in costante trasformazione: una piccola casa per chi ne ha bisogno, una fuga dal caos per gli avventurieri locali, che cercano una connessione spirituale lontana dal frastuono dell’India.
Un giovane ragazzo si avvicina con due cammelli al seguito, sperando di offrirci un giro turistico verso le dune lontane. Dietro di lui, un gruppo di meccanici è chinato su un motore di un’imbarcazione. Tra rottami, legname e polvere, lavorano con strumenti ridotti all’essenziale e in condizioni tutt’altro che ottimali. La sabbia si mescola ovunque con la terra, rendendo ogni operazione un’impresa. Per questi meccanici, il loro mantra è semplice e risoluto: “Deve funzionare.” Le loro barche e i mezzi di trasporto sono spesso ridotti all’osso: si usa una corda come acceleratore, e una pagaia potrebbe fungere da timone.
Il nostro sguardo si posa su un piccolo accampamento vicino. Notiamo un tavolino, sopra il quale è appoggiato un vecchio servizio da tè di metallo, logorato dal tempo. Il servizio appartiene a un bar ambulante, che può offrire solo tè o bevande gassate, poiché è vietato servire alcolici. Questo venditore resterà finché la spiaggia esisterà ; con l’arrivo della piena, dovrà andarsene anche lui.
Oltre una staccionata, che segna il confine del piccolo bar, vediamo due figure. Un uomo in sella a un cavallo e un altro su un dromedario. Quest’ultimo, immerso nel deserto che sembra non avere fine, carica un altro passeggero con calma, come se la loro destinazione fosse distante anni luce. Continuano la loro marcia, avvolti da una coltre di smog. Il vento solleva la sabbia, facendo volare sacchetti e rifiuti leggeri, che passano tra le zampe del cammello. Ma né il cammello né i suoi cavalieri sembrano farci caso: il loro viaggio prosegue imperturbato.
Dopo aver perso di vista quella scena, ci spostiamo sull’altra sponda del fiume. Da qui vediamo il “Berlin Ghat”, un luogo sacro dove i corpi vengono bruciati prima di essere adagiati nel Gange. Sulla riva opposta, molte imbarcazioni si affollano. La gente si immerge nel fiume, pregando con devozione. Una famiglia, a bordo di una piccola barca a remi, fa ritorno verso la riva abitata. Intorno alla barca, uno stormo di gabbiani si raduna, banchettando con briciole e resti di cibo lasciati nel fiume.
Infine, anche noi ci prepariamo ad abbandonare la sponda del Gange, consapevoli che, la prossima volta che torneremo, nulla sarà più come prima. Ogni piena modifica la riva, cambiandone forma, dimensioni e persino chi la abita. Questo lembo di terra è un luogo in costante trasformazione: una piccola casa per chi ne ha bisogno, una fuga dal caos per gli avventurieri locali, che cercano una connessione spirituale lontana dal frastuono dell’India.



